LUMAKA ================================ by Walter Gamba, 1994 --------------------- edited 1999 by walter@yagga.net per vedere il testo: - a capo automatico - word wrap ================================ Non so perché sto scrivendo queste note, forse per lasciare qualcosa di me, forse per rendermi conto se sono completamente impazzito, o forse non so, solo perché sono logorroico. Tutto ebbe inizio in quel maledetto pomeriggio d'autunno di tre giorni fa, con quel telegramma da Cuorgné dal mio amico il professor Pautasso. Voleva il mio parere su alcuni pezzi trovati da una sua spedizione nella misteriosa terra del Canton Ticino. Siccome quel pomeriggio dovevo recarmi fuori città decisi di fargli visita. Non sapevo in quali abissi di orrore stavo per sprofondare, e quali mostruosità mi si sarebbero presentate davanti. Ma allora pensavo solo di fare una visita ad un amico. Appena giunto a casa del professore parcheggiai in cortile la mia Skoda del '18 e mi apprestai a varcare la soglia di quella casa maledetta, mille e tre volte maledetta, non sapevo che mai più avrei potuto guardare il mondo con gli stessi occhi .. in effetti non sapevo cosa mi avrebbero fatto ma.. Pautasso mi apparve messo peggio del solito, curvo e stanco sotto il peso di quella vecchia credenza che stava trasportando sulla schiena. Appena si accorse di me posò il vecchio mobile e mi fece strada verso il suo studio. Era stato , mi disse, via vari mesi per una importante spedizione archeologica al Nord, nel mistico paese delle patatine fritte alla ricerca di una preziosa statua di epoca preatlantidea raffigurante una divinità che spargeva i suoi doni sul mondo. Ma la statua, la cui vista mi fece rabbrividire e il cui pensiero ancora mi gela l'urina nell'uretra, non era niente a confronto degli indicibili orrori che avevano accompagnato la spedizione per tutta la durata della campagna in quella maledetta ultima Thule. Fin dal principio gli indigeni di quel tetro paese avevano mostrato una certa diffidenza verso i membri della spedizione, diffidenza che si era trasformata in vera e propria ostilità quando si venne a sapere che il sito prescelto per gli scavi era quello antichissimo e maledetto di Brr-hu'Xhelz, più volte citato nel De Vermis Misteriis del Von Prinz. Solo una manciata di mezzosangue svizzeri accettò di lavorare come tuttofare per la spedizione. Questi erano uomini silenziosi e strani, sul cui viso si poteva leggere tutta la storia di questo popolo dimenticato dalla storia. Taciturni con gli estranei, parlavano fitto fitto tra loro, e di notte strane ed aliene litanie si levavano dalle baracche dei manovali. Queste litanie, notò il professore, andarono aumentando di intensità mano a mano che gli scavi portavano alla luce vestigia sempre più antiche della città. Durante i primi scavi si ebbero i primi incidenti ed un giovane ricercatore milanese finì stritolato dalle pale della scavatrice a vapore, ma era cosa normale quando si lavorava su suolo così dissestato. A questo punto il professore si interruppe e lentamente alzò lo sguardo fino ad incontrare il mio. Quello che vidi non era il solito Pautasso che conoscevo da tanti anni, ma un uomo sul cui viso la vita aveva scavato profonde ferite, e gli occhi erano quelli di un pazzo o di un visionario. Proseguì velocemente quasi urlando, un filo di bava gli colava sulla pantofola sinistra, rendendo ancora più grottesco lo spettacolo di quell'uomo anziano che con occhi da invasato mi parlava di orrori oltre il tempo e lo spazio, di un futuro in cui un venditore di tappeti avrebbe governato il mondo, aiutato da creature degli abissi, orride palle di lardo sudanti e vomitanti blasfemità. Poi come a volere dimostrare più a se stesso che a me la veridicità di quello che mi stava raccontando si alzò e prese dalla immensa libreria impolverata un libello. Era stato trovato , mi disse quasi senza voce, l'ultimo giorno, nel piedistallo della orrida statuetta. Secondo un suo amico della Miskatonic si trattava dell'ultimo capitolo del libro maledetto dell'arabo pazzo, l'aborrito e nefando Necronomicon! Inizio' a leggere i fogli. Da quanto capii si trattava di una traduzione inglese fatta da Dee e nascosta per paura che al mondo si rivelasse il suo mostruoso contenuto. A quanto riuscii a capire dall'inglese esoterico ed arcaico usato da Dee, i tempi erano venuti ed infine la grande bestia Cthulhu (o come diceva Dee nel suo antiquato inglese intriso di latinismi "ye beast, ye Cutolo" ) avrebbe potuto sorgere dagli abissi di R'lyeh dove dimorava sognate da eoni interminabili. Numerosi prodigi, a sentire Pautasso confermavano il testo dell'astronomo Elisabettiano. Pioggia di rane, cavalli con quattro e più zampe, bimbi nati da sole donne, e soprattutto la comparsa del grande venditore di tappeti, col suo stuolo di ributtanti esseri protoplasmatici che vomitavano idiozie e sudavano come de Michelis. E Cthulhu sarebbe sorto tra poco, il giorno di calendimaggio, nell'anno ferale in cui il Sole, la Terra, la Luna e l'abominevole Yuggoth si sarebbero allineati a formare il segno degli antichi... Tremai di terrore e dovetti controllarmi, ma il racconto del professore aveva la capacità di aprire gli occhi della mente su sterminati abissi di orrori indicibili. Preferii non pensare e cercare di riassumere una postura più civile ( ero infatti scivolato giù dalla poltrona e sguazzavo nel bagno di urina mista a saliva che stava ai piedi del Professore, anche lui se l'era fatta sotto, si era spaventato da solo). Poi spossato e stanco egli prese la statua che teneva nascosta sotto un telo e la scoprii. Io urlai e persi i sensi. Un buon boccale di freisa ebbero la meglio sui miei sensi assopiti ed infine rinvenni. Guardai Pautasso e d'un tratto tutti e due sapemmo che cosa fare. A qualunque costo bisognava fermare la belva prima che distruggesse tutto ciò che ci era caro, la fiera del tartufo di Alba, i vigneti di Grignolino e la simpatica piola di Casale. Tutto questo non doveva sparire, ma come fare? Nei giorni seguenti scartabellando negli archivi dell'Eco di Alba trovammo il seguente trafiletto: " TERRORE NEL PACIFICO Ieri l'altro il relitto dello Yacht 'Bela Rosin' è stato ritrovato al largo delle isole Papua con il solo nostromo norvegese a bordo. Dai farfugliamenti del povero pazzo, e riuscendo a stento a tradurre dal dialetto di Tro/ndheim, si è appreso che il resto dell'equipaggio è morto sbalzato in mare a seguito di uno scontro con una roccia che era emersa improvvisa dal mare. Sullo scafo danneggiato in più punti si sono notate traccie di una sostanza verdognola e gelatinosa di cui ancora non si è scoperta l'origine." Ai nostri occhi era fin troppo chiaro, soprattutto se si pensava che l'incidente doveva essere avvenuto a calendimaggio dell' anno passato. Il grande sognatore si era svegliato in anticipo a causa degli anni bisestili e dell'ora legale che aveva causato uno sfasamento di una anno e poi resosi conto dell'errore era tornato a dormire, ma nel mentre era stato speronato dalla infelice 'Bela Rosin'. Dunque nemmeno uno yacht poteva nulla contro di Lui. Cosa mai avremmo potuto fare? Mentre Pautasso indagava negli archivi della Busiarda io mi recai dal nostromo norvegese, che si era ritirato a vivere a Genova, dove aveva impiantato una fabbrica di tonno in scatola di buon successo. Egli mi ricevette cordialmente. Era un bell'uomo dalla folta barba nera, e anche in casa non rinunciava mai al suo simpatico berrettino di lana. Notai con curiosità che invece della pipa fumava un ramo di ulivo, usanza che, mi spiegò, era molto in voga tra gli abitanti delle Papua per tenere lontani gli spiriti maligni. Ricordava poche cose del viaggio e ancor meno dell'incidente, ma fu così gentile da regalarmi un vasetto di quella sostanza verdognola che aveva insozzato la nave. Quando vidi il vasetto tremai all'idea che una parte del corpo del Dormiente era li a pochi passi da me. Poi con titubanza presi il vasetto, ringraziai e tornai di corsa a Torino, nel mio laboratorio. La stradale non potè credere all'Autovelox quando sulla tangenziale vide sfrecciare la mia Skoda ai 75 orari. Non volevo fare del male alla cara macchina ma il tempo stringeva.. solo un mese a calendimaggio e ancora non sapevamo cosa fare. Appena in laboratorio divisi la melma in vari campioni ed iniziai ad attaccarli con tutti i reagenti e gli acidi più comuni. Nulla. Resisteva e rideva di me, la melma maledetta. Decisi di andare pesante con solventi che avevo brevettato per l'esercito. Prima il Niagara. Così devastante nei lavandini, ma impotente con la melma come l'esercito svizzero quando invase Como. Decisi di osare e, dopo aver fatto testamento ed indossato la tuta integrale degli Artificieri, presi l'unico vasetto rimastomi di Disolvo. Con le pinze e dietro al vetro anti-esplosione lo versai speranzoso sopra un campione della sostanza maledetta. Il vetro resse all'esplosione che accolsi con un grido di gioia che purtroppo si smorzò in un lamento appena il fumo si disperse e vidi la melma verdastra guardarmi ghignante, orgogliosa e intatta . A nulla era servita la sostanza più temibile dopo la nitroglicerina. Sconfortato iniziai a mangiare nel cucinino del laboratorio, per niente affamato, ma conscio dell'importanza della mia missione. Fu mentre sconsolato mangiavo che qualcosa cadde su un campione verdastro ai piedi del tavolo. Dapprima non guardai, poi per abitudine osservai il vetrino e quasi caddi dalla sedia per il salto che feci. La melma verde si era trasformata in un liquido innocuo,praticamente in acqua. Ce l'avevo fatta. Corsi subito a telefonare a Pautasso e tre giorni dopo un Hercules battente bandiera Svizzera si levava dal Levaldigi carico di speranze e di sacchi di "solvente". Mancavano solo 48 ore all'alba di calendimaggio, e con un volo regolare saremmo giunti a Papua dopo sole 20 ore. Da lì, dopo aver fatto rifornimento, avremmo seguito su alcune antiche carte la rotta per R'lyeh ed avremmo atteso in volo il sorgere del grande Cutolo per compiere il nostro rituale di dissoluzione. Mille e mille dubbi mi assalivano mentre solitario pilotavo l'Hercules. Pautasso stava preparando incantesimi protettivi per l'aereo ed il suo prezioso carico. Come un alchimista pazzo consultava ora i testi della Scuola Radio Elettra ora il Necronomicon nella traduzione in piemontese del frate nero Giancarlo Ferrua, e mescolava polverine con strane masse pulsanti. Preferivo guidare manualmente e pensare. Pensavo al successo, alla gloria, un instant book, poi il Maurizio Costanzo, poi un serial per Rete Quattro, con sesso ed intrighi nel mondo della chimica, poi.. e poi il fallimento poteva essere il solo futuro, e allora più niente polenta coi funghi, niente serate in un bar a cantare.. Nulla, solo pubblicità del Mulino Bianco a tutte le ore.. Persi i sensi alla sola idea e rinvenni dopo qualche minuto quando pautasso mi scosse per chiedermi un Pelo di Narice Sinistra di un Chimico. Glie lo diedi senza pensare e trascorsi il resto del volo in stato semi-catatonico. Giunti a Papua pernottammo in un vecchio e decrepito albergo nei pressi del porto. Dopo cena ascoltammo i racconti dei mezzosangue che infestavano la zona e udimmo il mormorio di vecchi stregoni. Qualcosa era nell'aria, aspettavano la venuta di qualcuno, e non era l'aereo col rifornimento di videocassette mensili. La mattina di buon ora portammo l'Hercules a fare il pieno. Dopo aver svuotato tutti i distributori di benzina della zona rullammo maestosi sull'unica pista in terra battuta del Papua International Airport (PIA) e ci librammo maestosi in cielo, come arcangeli destinati ad una fine gloriosa. Erano le 4 del pomeriggio, meno di 12 ore e saremmo stati sopra le rovine della aborrita R'lyeh. Il viaggio fu sereno, come quello di due condannati a morte, niente più paure o dubbi. Tutto era chiaro nelle nostre menti, gli incantesimi erano già in funzione (a giudicare dall'odore di tonno che invadeva la stiva dell' aereo) e non ci restava che aspettare. Giungemmo con due ore di anticipo sul luogo prescelto. Iniziammo a volare in cerchio, io con la mano costantemente sopra i comandi di apertura della stiva, Pautasso seduto in un pentacolo teneva le mani composte in un antico segno scaramantico, indice e mignolo alzati per proteggersi da Lui. Appena la luce del sole lambì le acque il mare cominciò a ribollire. Esalava uno strano odore, alieno sulla sterminata distesa dell'oceano Pacifico, sembrava colluttorio misto a dentifricio alla menta. Forse dopo eoni di sonno si stava sciacquando la 'bocca'. E se così era, che abomino di spazzolino doveva usare? Dopo poco il ribollire cessò, ma dagli abissi delle note familiari si spandevano nell'aria limpida e profumata di menta del mattino. "O Sole Mio" deturpata da immondi pseudopodi ma ancora perfettamente riconoscibile. Feci appello a tutte le mie forze, nella certezza che un simile mostro non doveva risorgere, e appena l'ombra mostruosa di una viscida massa di melma emerse avvolta in un improbabile asciugamano con paperette in vita, apriì le stive. L'essere si contorse in agonia, i suoi tentacoli solcavano l'aria come immondi avvoltoi in un cielo argentino, le sue ali membranose oscuravano ritmicamente il sole ad ogni spasmo d'agonia, l'asciugamano a paperette cadde rivelando un'orribile pancia degna del migliore motociclista bavarese. Non potei reggere oltre e, diretto l' aereo verso Papua, svenni. Non so per quale miracolo riuscii a portare in salvo Pautasso e me al PIA. So solo che ripresi conoscenza dopo un mese in una sordida stanza del Papua International Hospital (PIH), con Pautasso che mi guardava stanco ma felice. Era fatta. Mi fece leggere un'edizione di un mese fa del Papua International Tribune (PIT) dove si dava ampio risalto alla notizia che una macchia verdastra ma innocua che galleggiava sull'oceano aveva lambito le coste di Papua. Appena potei andai sulla spiaggia ad osservare come i bagnanti sguazzavano nei resti ormai innocui del grande Cthulhu, e pensai che era incredibile cosa potevano fare qualche tonnellata di sale sopra una grossa lumaca.